Premessa: il mio professore di Inglese del Liceo definiva “inglese maccheronico” quello di chi parlava inglese in modo approssimativo e con poca “fluidità”.
La mia facoltà, da due anni, eroga delle lauree specialistiche con corsi tenuti interamente in lingua inglese.
Visto che sono tutte lauree a carattere “tecnologico”, non la trovo una cattiva idea. D’altra parte, la maggior parte della documentazione, dei libri e del materiale per i corsi che si utilizzano sono in inglese.
Quando due anni fa dovevo immatricolarmi per la laurea magistrale, infatti, ci avevo fatto un pensierino.
Poi avevo dato un occhio al piano degli studi. E li ho cambiato idea, optando per la “versione” in italiano.
Perché? Perché la laurea magistrale in Ingegneria Informatica, erogata in lingua inglese, toglieva la maggior parte dei corsi a scelta e dei vari orientamenti che offre quella in italiano (multimedialità, applicazioni software, reti, hardware…) per lasciare unicamente quella rivolta verso l’hardware.
E siccome nella laurea triennale avevo già visto pochi corsi di programmazione o comunque di cose legate al software, contando poi che tra i corsi obbligatori ce n’era già un bel numero che riguardava hardware & Co., mi sono detto: “no, no“.
E così ho iniziato quella in italiano, facendomi i miei corsi obbligatori, scegliendo i corsi facoltativi che più mi piacevano e prendendo un orientamento più legato al software.
In questi due anni, però, sono sempre stato incuriosito da questa laurea in inglese. Ero curioso, più che altro, di vedere com’era l’approccio dei professori e degli studenti con l’inglese.
I professori come parlavano inglese?
Si facevano capire?
E gli studenti, come se la cavavano a fare domande e a scrivere i compiti d’esame senza poter utilizzare l’italiano?
L’occasione per avere una prima risposta a queste domande l’ho avuta ieri, quando mi trovavo al laboratorio di Informatica per fare una relazione con due miei compagni.
In quelle ore, infatti, si trovava lì un professore che stava facendo un’esercitazione proprio per un corso della laurea magistrale in Ingegneria Informatica in inglese!
Ed ecco che le risposte alle domande che mi ero posto sono arrivate!
Il professore parlava quello che a inizio post avevo definito un “inglese maccheronico”: tentennava, ripeteva le cose mille volte, parlava in maniera assolutamente poco fluente e così via.
Gli studenti – ci mancherebbe! – capivano quello che diceva e riuscivano a fare domande e a interagire.
In questo modo, però, non mi sembra che ci sia un reale vantaggio a fare i corsi in inglese, perché la lingua, invece di essere un “valore aggiunto“, diventa un ostacolo a un apprendimento chiaro, efficace e completo.
Alla fine, mi sorge allora una domanda: perché attivare corsi in inglese quando non si hanno persone in grado al 100% di tenerli? Qual è il vantaggio, se gli studenti devono pure “decifrare” quella sorta di inglese parlato dai propri professori?
Domande che, credo, rimarranno senza risposta…
P.S. Ovviamente questa “riflessione” è fatta osservando UN corso universitario. Non è detto che tutti i corsi di quella e di altre lauree siano così. Magari sono migliori. Lo spero, ma non ci conto troppo…